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I quattro tabù dell’immigrazione, tra politiche assenti e inDON VINICIO ALBANESI-fotoStefanoDalPozzolo_2utili slogan

di don Vinicio Albanesi*

Sono quotidiane le notizie di sbarchi nel mar di Sicilia. Il fenomeno dell’immigrazione è divenuto – non da oggi – strutturale: guerre, fame, carestie e il sogno di futuro migliore fanno affluire in Europa decine di migliaia di persone da tutti i paesi dell’Europa dell’Est, dell’Africa e del Mediterraneo.

Le storie sono drammatiche: quasi 20 mila migranti morti dal 1988 ad oggi (fonte Fortress Europe). Coloro che sono arrivati vivi hanno spesso un futuro invivibile. In ogni città oramai si vedono vagare ragazzi intorno ai cassonetti in cerca di cibo e vestiario.

Non esiste una politica europea a riguardo; le politiche nazionali oscillano tra l’accoglienza e il rifiuto, in un totale caos emergenziale. L’Italia è in frontiera. Il ministero dell’Interno ha pubblicato i dati degli sbarchi dal 2006 al 20 aprile 2014: oltre 230 mila persone, con 5.700 vittime.

I tabù rimasti irrisolti, suggeriti dall’esperienza di gestione dell’immigrazione di emergenza, sono quattro.

Il primo tabù è l’identificazione. I commissariati e le Prefetture sono in ritardo. Per il celebre cedolino provvisorio occorrono settimane, con formulazione di questionari complicati e anche inutili. Un marchingegno che vorrebbe chiarire le condizioni adeguate a rilasciare la qualifica di “rifugiato”. Non avendo riscontri non si comprende che valore possano avere dichiarazioni spontanee di gente disperata.

Il secondo tabù è l’accoglienza. Raccogliticci di strutture e persone che, di volta in volta, vengono coinvolti nell’emergenza. Piani strutturali non esistono. Ultimamente il ministero dell’interno ha precettato le Prefetture a sistemare 50 immigrati ciascuna, spostando i problemi dagli uffici centrali a quelli periferici, i quali si arrangiano come possono.

Terzo tabù è l’integrazione. Nessun percorso né indirizzi programmati. Il cedolino provvisorio non è valido per gli ispettorati del lavoro. Gli immigrati rimangono nelle mani del nulla. Hanno la sola possibilità di lavoro nero, se e quando esiste.

Quarto tabù è il controllo sul territorio. Le persone che chiedono asilo in Italia non sono tutte sane, forti e belle. Nei grandi numeri c’è di tutto: malattie, malintenzioni, delinquenze e scarsa attitudine al lavoro insieme a istruzione, imprenditorialità e correttezza. Ottenuto il permesso di soggiorno ognuno è affidato alla sorte, a volte buona a volte cattiva.

La conclusione di questo quadro non è difficile. L’immigrazione è un problema strutturale. La politica deve poter e voler gestire il fenomeno: dalle origini alla conclusione. È un problema dell’Intera Europa e solo in quell’ambito si può trasformare l’immigrazione in risorsa: sia per chi è accolto, sia per chi accoglie.

Le leggi sono utili se sono risolutrici del fenomeno e dotate di sufficienti risorse. In caso contrario rimangono gli slogan, sempre utili a chi li conia piuttosto che a chi li ascolta. Peccato che nelle pieghe le vittime sono troppe.

Don Vinicio Albanesi * Presidente della Comunità di Capodarco

Il teologo e scrittore grande protagonista del dibattito con il presidente della comunità don Vinicio Albanesi, sul tema: “La coscienza occidentale in tempo di crisi”.

OLYMPUS DIGITAL CAMERACAPODARCO DI FERMO – “Vengo non so da dove; sono non so chi; muoio non so quando; vado non so dove; mi stupisco di essere lieto”, parte dal famoso detto medioevale riportato dal fisolofo tedesco Karl Jaspers, Vito Mancuso, interrogato sul significato della vita dal presidente della Comunità don Vinicio Albanesi, durante il dibattito di apertura della X Festa della Comunità, dal tema “La coscienza occidentale in tempo di crisi”.

Di fronte a una platea di centinaia di persone, davanti a svariate personalità e autorità locali e nazionali, tra cui il sindaco di Fermo Nella Brambatti, il Prefetto Emilia Zarrilli, l’onorevole Paolo Petrini e il consigliere regionale Rosalba Ortenzi, il teologo milanese e il presidente della Comunità di Capodarco hanno dato vita a un dibattito ricco di spunti di riflessione e di analisi.

“Il segreto della vita” spiega il teologo “è armonia” e il compito della spiritualità consiste proprio nel risvegliare questa logica di armonia che l’uomo moderno sta perdendo.

Interrogato da don Albanesi sul rapporto tra coscienza e libertà, Mancuso, citando la famosa Critica della ragion Pura di Kant, spiega che la libertà è una delle tre antinomie per eccellenza. La libertà ci contraddistingue da ogni altro essere: “teoreticamente parlando” spiega “noi siamo libertà”, ma si tratta di una libertà non assoluta.  Per essere veramente liberi occorre acquisire una dimensione autonoma nella propria solitudine.  Non per niente Alfred North Whitehead, continua Mancuso, ci ha offerto “la più bella definizione di religione” proprio riferendola alla solitudine: “la religione”, scriveva Whitehead, “è ciò che l’individuo fa nella propria solitudine”: “deponendo ciò che sono per gli altri e restando solo me stesso” spiega lo scrittore  “sono libero”.

Interrogato su quali siano gli elementi da sviluppare nella dimensione moderna per riuscire ad acquisire la libertà, Mancuso suggerisce di coltivare un rapporto armonioso con la natura, di connettersi il più possibile con la realtà ma, soprattutto, di combattere sempre la menzogna, soprattutto quella che alberga dentro di noi. Infine avere sempre la massima apertura alla rivelazione continua  della vita e alla sua dimensione eucaristica: “in fondo” conclude  “noi siamo solo un pezzo di materia che diventa pensante”. Dopo questo incontro, la festa è proseguita con la tradizionale cena e l’esibizione del duo Frères Chaos, ex concorrenti di “X Factor” particolarmente amati dai giovanissimi.

Domani 23 giugno, è prevista una passeggiata nel bosco della Comunità e, dopo la cena, grande finale con l’atteso concerto del gruppo Marta sui Tubi, freschi partecipanti, tra i 14 big, all’ultima edizione del festival di Sanremo.

 

 

 

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